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“Saltare la fila imbarazza i parlamentari…”

ottobre 12, 2007 Inviato da sach in : Politica, l'italia secondo noi

Com’è strano il mondo a volte… Qui in Italia saltare una coda è routine, normale amministrazione, consuetudine di pubblico dominio, costume, quasi buon senso.

Consuetudine talmente radicata da rendere lecito l’uso dell’air force one per il signor Mastella e il signor Rutelli per una gita di piacere con la famiglia, quello delle auto blu a sirena spiegata per le strade per tutti i politici, i militari, i poliziotti, e chi più ne ha più ne metta.

A Londra, invece, capita che un editto che permette ai parlamentari di saltare la “queue” ogni ora, concedendo un modesto privilegio, venga avversato da gran parte dei parlamentari stessi tanto da provocare una raccolta firme per la revoca dell’editto in questione.

Alcuni parlamentari si sono sentiti persino imbarazzati a causa di questo privilegio.

Rutelli invece, ha cortesemente fatto causa all’Espresso, che ha sottolineato l’abuso dell’aereo presidenziale da parte del politico. Mastella si è sentito un “capro espiatorio”.

Forse il paragone non calza, ma da un’idea di quali siano le usanze radicate in certi paesi riguardo il rispetto per gli altri. In Inghilterra, passare davanti a una coda di persone che aspettano di fare una fotocopia, imbarazza i parlamentari. In Italia, usare mezzi di rappresentanza, a spese dei cittadini, è routine.

Viene da chiedersi come possa sopravvivere un sistema di questo tipo. Ma la risposta è abbastanza semplice… non può!

Ecco perchè la politica italiana è alla deriva, l’economia sta fallendo, la società sta degradando.

Siamo entrati in un loop, o meglio, in una spirale che termina con un’implosione, a cui ormai non manca molto.

Si spera che, ripartendo da capo, si usino delle premesse migliori di quelle con cui si è finito!

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Commenti»

1. nonnoren - 14 ottobre 2007

Non c’è dubbio che gli episodi descritti sono veri; come d’altra parte non c’è dubbio che ogni giorno si verificano in tutta Italia moltissimi altri episodi in cui chi detiene il potere ( anche una briciola di potere) politico o amministrativo gestisce lo stesso in modo tracotante, assicurando privilegi per se e prebende per il proprio clan. Ed è altrettanto vero che un comportamento simile è insolito e molto più raro in Inghilterra, in Francia, in Spagna, insomma nei più importanti paesi dell’Unione Europea.
Anche qui, per trovare i mezzi per porre fine a questo stato di cose,
penso che si debbano cercare le cause. Credo che si debba andare indietro nel tempo, ricordando che l’Italia attuale è nata dall’unione (forzata) di tre stati autoritari : il Regno Sabaudo, lo Stato della Chiesa ed il Regno Borbonico. Nel 1860 l’impresa garibaldina in Sicilia e Campania e la spedizione piemontese del generale Cialdini nelle Marche e in Umbria avviavano il processo dell’unità italiana.
Ma la necessità politica di ottenere un consenso popolare al nuovo sistema di governo ( consenso che, al di là del successo militare, non era scontato) spinse prima Garibaldi, poi Cavour a cercare la collaborazione delle vecchie classi dirigenti borboniche e vaticane.
E in verità la ottennero – ma a costo di accettare sia il malcostume e la corruzione della burocrazia di quei regimi, sia l’ideologia autoritaria che li aveva ispirati. ” Quod licet Jovi non licet bovi” era la massima citata dai vertici vaticani e borbonici che giustificava tutti i privilegi dei detentori di potere; mentre quella dei burocrati inferiori
richiesti di adempiere un incarico era “Non tengo ‘e mani” vale a dire che se non mi dai una busterella non faccio nulla.
Gli austeri funzionari sabaudi, i ministri piemontesi che si portavano da casa la carta da scrivere per non gravare su bilanci dei ministeri,
i magistrati savoiardi che amministravano la giustizia in modo feroce ma incorruttibile pensarono allora che le cose si sarebbero sistemate con l’invio nel Sud Italia di burocrati del Nord accompagnati da adeguate scorte di militari. Ma non fu così : anzi la guerra ai briganti meridionali legittimisti (Borbonici) negli anni dal 1861 al 1866 costrinse le autorità piemontesi ad ulteriori compromessi con la vecchia classe dirigente.
A mano a mano che l’Italia si ingrandiva con l’annessione del Lazio,
del Veneto, poi dell’Alto Adige e di Trieste il sistema di corrutela e di privilegi si estendeva e diveniva la base fondante di buona parte della burocrazia.
Dunque, alla fonte del riprovevole comportamento di certi nostri ministri, parlamentari e burocrati sta uno stato unitario ottenuto in troppo breve tempo da una rete di mediazioni e di compromessi;
molto diversamente da quanto accadde in Inghilterra, in Francia, in Spagna. E per modificare questo stato di cose credo che valgano ancora oggi le parole di Cavour : “…bisogna moralizzare il paese educando l’infanzia e la gioventù; bisogna creare sale d’asilo, scuole, collegi militari…… gli italiani…. mi domandano impieghi, croci, promozioni, decorazioni : bisogna che siano onesti, che lavorino e io darò loro impieghi, croci, promozioni e decorazioni; ma non gliene lascierò passare una : l’impiegato non deve neppure essere sospettato…..”
Certo, i tempi sono molto cambiati, ma non credete che A) insegnare l’onestà e l’importanza del lavoro sin dalle scuole elementari ; B) creare posti di lavoro ma chiedere che poi si lavori davvero ; C) garantire promozioni ed incentivi finanziari ai lavoratori migliori e più onesti e infine D) licenziare i dipendenti incapaci, corrotti e assenteisti non possano essere la base di una rinascita dell’Italia ?


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